Dieci giorni che sconvolsero il mondo – scheda di lavoro

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Il Novecento è un secolo ad altissima densità storica. Sarà anche un effetto prospettico: la vicinanza temporale lo rende più visibile. Sarà anche la quantità inaudita di documenti a nostra disposizione: le tecnologie della comunicazione si sono rivelate anche potentissimi strumenti memoriali multilinguistici. Sarà anche lo spalancarsi di molteplici teatri d’azione: gli stessi media hanno permesso la globalizzazione delle informazioni, così che non esiste più una Storia da raccontare, ma le storie hanno preso parola.

Sia come sia, leggere la storia del Novecento provoca un tremito, un senso di impotenza di fronte alla miriade di atomi esistenziali, affannosamente e splendidamente vorticanti nel comporre un panorama di eventi straordinari (per bellezza e per crudeltà). Una trasformazione continua. Un laboratorio di esperienze senza precedenti. Una biblioteca di Babele dove perdersi è ovvio.

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Un esempio di questa (mia) impotenza di fronte alla storia del Novecento è la difficoltà a rendere con efficacia il significato della rivoluzione bolscevica, a distanza di cento anni. Si può provare a proporre – più che una ricostruzione – un percorso polifonico.

Il punto di avvio è il celebre libro del giornalista americano John Reed, Ten Days That Shook the World (1919), che ricostruisce appunto quei dieci giorni nei quali i comunisti russi guidati da Lenin e Troskij sconvolsero il mondo, imponendo la rivoluzione bolscevica in una Russia allo sbando. La cronaca di Reed è un classico del giornalismo di guerra o d’inchiesta storica, la voce di un comunista convinto che sottolinea l’altissimo grado di passione e di entusiasmo suscitato dall’inaudita trasformazione in corso (memorabili sono i suoi ritratti di Lenin). In traluce, dalla nostra prospettiva, è comunque possibile intravedere anche l’apparire minaccioso della violenza irrazionale presente in ogni rivoluzione. 

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Proviamo ora a immaginare questa narrazione come il nucleo generativo di una polifonia di rappresentazioni che utilizzano codici linguistici differenti:

  1. il testo di John Reed, sia nella sua traduzione in italiano (in duplice formato, pdf e html), sia in versione originale, per chi volesse farsi un’idea dell’american journalism di cento anni fa, progenitore del modo di raccontare le notizie nel Novecento;
  2. il libro di John Reed letto per noi dall’attore Tommaso Ragno, tratto dal programma radiofonico Ad Alta voce di Radio Rai – ascoltare la lettura di un racconto è un’affascinante modalità di fruizione della letteratura, che appartiene alla radiofonia (oggi al podcasting) o al teatro (pensiamo a Ivan presentato al Piccolo Teatro)
  3. un classico del cinema mondiale, Ottobre di Sergej Ejsenstejn, prodotto per celebrare il decennale della rivoluzione. Non è facile affrontare la visione di una narrazione cinematografica di quasi cent’anni fa, ma i motivi per cui forse ne vale la pena sono tre: a. storiografico (il film richiama in parte la linea narrativa di Reed e ripercorre enfaticamente le giornate della rivoluzione di ottobre); b. iconografico (il cinema di Ejsenstejn corrisponde ad un’idea di cultura celebrativa e diretta alla creazione del consenso, tipica dei regimi totalitari, ma capace di creare opere d’arte straordinarie); c. mediatico (per avere un’idea da quale universo visuale si è partiti per arrivare a Tarantino, Lucas e Wes Anderson).
  4. un film dal titolo omonimo, di realizzazione più recente (1982), di Sergej Bondarchuk, con gli attori italiani Franco Nero e Sydne Rome, che mette in scena proprio John Reed che progetta e realizza il proprio libro-reportage. La ricostruzione è più “realistica” – rispetto al film poetico e visionario di Ejsenstejn – e costituisce una rappresentazione alternativa dello stesso nucleo narrativo.
  5. una serie di video prodotti da Ezio Mauro de La Repubblica, che ripercorrono le tappe della storia russa a cento anni di distanza. Segnalo, dei dodici video che compongono il progetto, il decimo (dedicato a Trotzskij), l’undicesimo (la rivoluzione di Ottobre) e il dodicesimo (l’epilogo con la strage dei Romanov) 

Che cosa sia stata la Rivoluzione Russa – a più di cento anni di distanza – è ovviamente questione di interpretazioni e di letture. Questo percorso non è che un esempio minimale e incompleto di quanto possa essere complesso e affascinante immergersi nella Wirkungsgeschiche di un evento generativo del Novecento.

[Un’ultima nota metodologica: faccio notare quanto sia esplosivo avere a disposizione un universo segnico digitale per la ricostruzione dell’esperienza umana].

 

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