Buone notizie. Per una visione positiva dell’attualità.

why-not-make-2017-your-best-year-ever-760x380Ormai da molti anni sono convinto che la nostra sia la migliore epoca della storia dell’umanità. Malgrado la presenza di moltissimi fattori critici, il mondo contemporaneo offre un panorama esaltante, gravido di futuro come non mai. Basta assumere uno sguardo elevato, in grado di uscire dalla eco chamber del quotidiano. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, come sosteneva Leibniz nella Teodicea: più semplicemente, oggi siamo in grado di gestire sempre meglio la convivenza con i nostri limiti di specie animale (la più violenta e malvagia di tutte le specie). Ci sono sempre buone notizie.

Prendo spunto da due articoli di Nicholas Kristof (New York Time), uno del 21 gennaio 2017, Why 2017 may be the best year ever (qui la traduzione in italiano) e uno del 1 luglio 2017, Good news,despite what you’ve heard (suggerito da Eta Beta – Rai Radio 1- del 25 luglio).

Il succo del discorso sta probabilmente in queste parole: “La cosa più importante non sono i tweet di Trump. Ciò che è infinitamente più importante oggi è che circa 18.000 bambini che in passato sarebbero morti a causa di semplici malattie sopravviveranno, circa 300.000 persone per la prima volta disporranno della corrente elettrica e e ben 250.000 persone si affrancheranno dalla povertà estrema”. Certamente in Italia esiste il problema dell’analfabetismo funzionale, ma oggi l’85% della popolazione mondiale è alfabetizzata; negli anni Cinquanta era del 56%.

Se ci mettiamo in una prospettiva globale, paradossalmente scopriamo un grande processo evolutivo che il sistema informativo di massa tende a nascondere sotto l’allarme drammatico delle inevitabili emergenze che dobbiamo affrontare ogni giorno. “Bad news is good news”: suona così un principio del newsmaking che ha radici lontanissime (con la nascita del linguaggio e della narrazione sociale). Eppure la storia testimonia una crescita inarrestabile della civiltà nel suo complesso (oggi in particolare della tecnologia). Malgrado la cultura postmoderna abbia sostenuto la dissoluzione del mito del progresso, l’umanità di fatto progredisce, anche se non è in grado di superare i limiti della sua natura con i quali continua sempre a fare i conti.

Nel “kit educativo” dell’umanità mediale suggerisco pertanto di inserire anche questa consapevolezza di base, che non rinuncia mai a valorizzare la bellezza straordinaria dell’epoca in cui viviamo, campo di opportunità enormi, di sviluppo senza precedenti, di intelligenze dinamiche, di futuro denso di promesse. La maleducazione rischia di farcene dimenticare.

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La conversazione ipertestuale: una navigazione sull’onda di Sherry Turkle

Solo ieri ho scoperto che Sherry Turkle ha pubblicato nel 2016 Reclaiming Conversation. The power of talk in a digital age (tr.it. per Einaudi). Nel libro pare che venga proposta questa importante equazionemeno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza. Nell’attesa che il libro arrivi via Amazon (commercio digitale globalizzato), cerco qualche notizia su Internet. La navigazione mi ha portato a incontrare questi temi:

  • una equilibrata recensione del libro su Doppiozero, che sottolinea da una parte la presenza, nel discorso della Turkle, di una sorta di nostalgia per il “buon tempo passato”, e dall’altra parte il positivo richiamo alla consapevolezza dei significati esistenziali della vita digitale;
  • le strategie con cui la mia attenzione e il mio tempo vengono di fatto “dirottati” dalle modalità comunicative dei social media: un bell’articolo di Tristan Harris le elenca e commenta (scopro così quanto la presente lista di argomenti dipenda dalla mia scelta e inevitabilmente da strutture costruite “da altri”);
  • la necessità di fare attenzione alla quantità e la qualità del tempo richiesto dalle nostre attività onlife: Time Well Spent è un movimento che si occupa di questo;
  • una inchiesta televisiva sulle pratiche digitali dei giovani italiani (ma dietro ci sono sempre gli adulti), con qualche enfasi sui rischi e le distorsioni, presentate dal programma RAI “Presa diretta” del 6.2.2017 nella puntata intitolata Popolari;
  • la “legge di Mehrabian” sulle componenti della comunicazione interpersonale: 
  • la sempre viva tendenza a polarizzare il dibattito tecno-logico su posizioni “apocalittiche e integrate” è ben illustrata dalla accesa recensione di Jurgenson su The New Enquiry, che accusa la Turkle di essere una “disconnectionist”;
  • il percorso riflessivo sul digitale di Byung Chul Han, che si affianca a tanti altri “filosofi” contemporanei, i quali confondono il ruolo filosofico della metacritica con il ruolo mediatico della polemica.

Per concludere questo percorso, che diventerà una lezione dei miei prossimi corsi di Teoria dei Media Digitali e di meducazione, vediamo il viso e sentiamo la voce stessa di Sherry Turkle in una TED conference di qualche anno fa e qui sotto in un breve video:

Visual studies, una panoramica di Andrea Pinotti


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Andrea Pinotti è un raffinato studioso di estetica, capace di ottime sintesi molto utili per orientarsi nella nostra cultura sovrabbondante e dispersa. In occasione della recente uscita di un suo bel volume sulla cultura visuale (scritto con Antonio Somaini), segnalo l’articolo Estetica, visual studies, Bilwissenschaft, in “Rivista di Estetica” anno XLIII, IV serie, N° 4 (2015/2), scaricabile qui.

Si tratta di una panoramica dello stato dell’arte per quanto riguarda i visual studies. Sono indicati i temi centrali, i nomi più rilevanti (Mitchell, Debray, Belting, Freedberg..), alcune questioni dibattute. Ne esce il quadro d’insieme di un campo di studi (nato nell’area della ricerca accademica estetologica relativa alla storia e alla critica d’arte, ma con una impostazione e una strumentazione teoretica che si arricchisce di apporti provenienti dalle humanities in generale) estremamente interessante sia per i media studies sia per la media education.

Centrale il concetto di “pictorial turn” (Mitchell, 1992) o di “ikonische Wende” (Böhm, 1994), che segnala la necessità di studiare specificamente il triplice versante dell’immagine (nel senso di picture e non di image, di Darstellung più che Vorstellung), della visione (come pratica socio-culturale, come dimensione della cognizione, come carattere antropologico) e dei dispositivi ottici (coinvolgendo lo studio della tecnologia e dei media) al fine di cogliere appieno lo spirito del nostro tempo, un “mondo delle immagini del mondo”.

L’approccio dei visual studies (come segnalo anche in un mio articolo su Mediascapes) soffre forse del limite di concentrarsi troppo sugli aspetti formali dell’immagine – a livello di Media Education suggerirebbe così “solo” un approccio analitico ai testi iconici nei loro significati socio-estetici. Tuttavia molti concetti (Bildact – atto iconico; picture agency – efficacia dell’immagine come soggetto attivo; l’idea della “corporeità” delle immagini; il chiasma potere dell’immagine/immagine del potere; ecc.) sono fondamentali per attivare l’attenzione sulla dimensione estetica della vita digitale. L’umanità mediale è sempre – anche – un’umanità immaginante e immaginata: la meducazione è sempre anche un’educazione estetica.

 

Lo scandalo della Figura Intera

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Tutto comincia con l’iniziativa di due dirigenti scolastici (impegnati nelle operazioni di “chiamata diretta” degli aspiranti docenti) che chiedono di allegare alla mail di autocandidatura un video di presentazione non in “mezzobusto”, ma a “figura intera”. Lo apprendo inizialmente da questo articolo di OrizzonteScuola.it del 1 agosto, che riporta i bandi delle due scuole.  É scandalo.

Raccolgo solo alcuni dei tantissimi materiali apparsi sulla Rete, per inquadrare (è proprio il caso di dirlo) criticamente la situazione e cogliere alcune costanti discorsive:

  • una scuola snaturata dalle logiche televisive – in una lettera aperta su OrizzonteScuola.it,  Rosanna sostiene: “E’ l’epoca del culto dell’immagine, dei selfie, dell’apparire più che dell’essere, e i dirigenti … hanno ben pensato di ricorrere al video-provino, alla stessa stregua delle peggiori trasmissioni  televisive, per scegliere i loro docenti, dimenticando la cosa essenziale: cos’è una scuola, quella buona davvero… “;
  • l’immagine video a Figura Intera è sinonimo di pornografia – in un’altra lettera aperta, sempre su OrizzonteScuola.it, Mario tuona: “istituzioni scolastiche che non si limitano alla richiesta del curriculum vitae dei docenti … ma addirittura delle vere e proprie avances dove, soprattutto le docenti devono dimostrare non di possedere titoli e qualità professionali necessarie all’insegnamento…ma ben altro! Infatti si stanno diffondendo richieste da parte di dirigenti scolastici di invio di video a figura completa in cui si ritraggono le candidate dal capo ai piedi… come se i dirigenti scolastici dovessero valutare non le capacità professionali delle candidate bensì quelle sessuali. Siamo arrivati proprio alla frutta”;
  • il mito della tecnologia trasparente – in un articolo su L’Espresso, uno dei due dirigenti risponde: “Non guarderò alle forme umane, ma a quelle digitali”. Facendosi più serio, ha poi aggiunto: “Con i colloqui online avremo l’occasione di poter parlare con i docenti e valutare se sono competenti e motivati, cosa che prima accadeva in linea teorica… Ora con le nuove tecnologie è possibile vedere la motivazione di chi hai davanti”. Il dirigente ha spiegato anche la scelta del video di presentazione: “Siamo una scuola molto digitale <SIC>, per cui è stata una scelta naturale”;
  • il vero problema non sono i video ma la riforma della scuola – il post di Monica, che inquadra ironicamente la cosa nel più ampio disagio relativo alla mobilità degli insegnanti: “… mi preme ricordare che questo accade … all’indomani degli esiti catastrofici della mobilità della scuola, gestita, non solo a mio parere, in maniera poco trasparente e assolutamente discriminatoria”;
  • le istituzioni cavalcano e depistano acriticamente il dibattito – interviene anche il Parlamento e il Codacons, come segnala questo articolo sempre de L’Espresso: “Dopo l’iniziativa del video-provino per l’assunzione a scuola arriva la richiesta di chiarimenti al Ministero dell’istruzione…«È francamente sconcertante giudicare il curriculum di un insegnante in base ad un video in cui si venga “ripresi a figura intera”. Forse qualche dirigente scolastico ha scambiato la chiamata diretta con un provino del Grande Fratello», spiega al telefono il parlamentare Pd Di Lello… Sulla questione è intervenuta anche l’associazione dei consumatori Codacons che minaccia azioni legali: «La scuola italiana sotto il Governo Renzi sembra trasformarsi in un gigantesco reality show…»”;
  • infine, segnalo ancora un post su TiscaliNews, le poche parole del Ministro sulla questione e addirittura l’esistenza di un simpatico hashtag su questo tema dei docenti troppo “immaginati” (#bonascuola).

Come ho già discusso su Facebook, il mio punto di vista si sposta decisamente dalla prospettiva (certo più appropriata) dell’attualità e delle mere procedure di assunzione diretta dei docenti, per cogliere il senso di questa interessante polemica nell’ottica dell’umanità mediale e della meducazione. Sono tre gli ordini di riflessione possibili:

  1. è ancora poco diffusa la consapevolezza che la competenza mediale è indispensabile (ora e in futuro) per condurre una piena esistenza nel mondo digitale. É una delle life skill del XXI secolo. E se questa consapevolezza esiste (almeno a parole, nelle scuole “molto digitali”!!), è pressocché inesistente proprio la competenza mediale stessa ! Per questo, una “semplice” richiesta di scrittura audiovisiva – lo so che le cose non sono mai “semplici” – diventa l’occasione per tirare in campo gap culturali, pericoli morali, perversioni manageriali e così via, come mostrano gli esempi qui sopra. La “logica della rappresentazione” (che risponde a linguaggi e sintassi) viene confusa con la “logica dell’apparire” (con le sue indubbie criticità). C’é ancora un sacco di confusione su queste cose, a tutti i livelli. Per questo nasce il moral panic;
  2. mi preoccupa sempre il fatto che queste discussioni investano il mondo della scuola, ossia lo spazio sociale in cui il dibattito dovrebbe essere informato ma all’avanguardia, contestualizzato ma aperto alla novità, meditato ma dialogico. Invece, i grandi polveroni che si scatenano rivelano che ci siamo tutti dimenticati come la pedagogia sia la scienza che, conoscendo il passato, si occupa di persone presenti, ma le immagina e le pro-getta nel futuro. Questa sua pro-iezione dinamica la rende forse un po’ decentrata, ma inevitabilmente saggia e ottimista. Non è così (ancora, mi pare) per quanto riguarda la pedagogia dei media, soprattutto mentre si avanza nella cultura visuale;
  3. trovo molto interessante l’insistenza sulla differenza tra ripresa a “mezzobusto” (che sembra essere tollerata) e a “figura intera” (che invece fa grande scandalo). La chiave di lettura sta certo nelle parole di questa canzone, come mi suggerisce Pier Paolo Tarsi: “saran belli gli occhi blu…ma le gambe sono belle ancor di più!”. Ma per allargare la prospettiva, è in gioco la rappresentazione iconico-concettuale dell’insegnare. L’inquadratura a mezzobusto (tipica del telegiornale) richiama l’immagine della cattedra alla quale si sta seduti e dalla quale si parla, o quella del banco dal quale si ascolta immobili. È certamente uno dei modi di fare scuola, ma non l’unico: anzi, la ricerca didattica contemporanea sta recuperando tutta una serie di set d’apprendimento – non “nuovi”, ma appartenenti alla tradizione del learning by doing – che mettono in gioco tutto il corpo (come suggerisce Beate Weyland). Per la scuola attiva è richiesta la Figura Intera.