La conversazione ipertestuale: una navigazione sull’onda di Sherry Turkle

Solo ieri ho scoperto che Sherry Turkle ha pubblicato nel 2016 Reclaiming Conversation. The power of talk in a digital age (tr.it. per Einaudi). Nel libro pare che venga proposta questa importante equazionemeno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza. Nell’attesa che il libro arrivi via Amazon (commercio digitale globalizzato), cerco qualche notizia su Internet. La navigazione mi ha portato a incontrare questi temi:

  • una equilibrata recensione del libro su Doppiozero, che sottolinea da una parte la presenza, nel discorso della Turkle, di una sorta di nostalgia per il “buon tempo passato”, e dall’altra parte il positivo richiamo alla consapevolezza dei significati esistenziali della vita digitale;
  • le strategie con cui la mia attenzione e il mio tempo vengono di fatto “dirottati” dalle modalità comunicative dei social media: un bell’articolo di Tristan Harris le elenca e commenta (scopro così quanto la presente lista di argomenti dipenda dalla mia scelta e inevitabilmente da strutture costruite “da altri”);
  • la necessità di fare attenzione alla quantità e la qualità del tempo richiesto dalle nostre attività onlife: Time Well Spent è un movimento che si occupa di questo;
  • una inchiesta televisiva sulle pratiche digitali dei giovani italiani (ma dietro ci sono sempre gli adulti), con qualche enfasi sui rischi e le distorsioni, presentate dal programma RAI “Presa diretta” del 6.2.2017 nella puntata intitolata Popolari;
  • la “legge di Mehrabian” sulle componenti della comunicazione interpersonale: 
  • la sempre viva tendenza a polarizzare il dibattito tecno-logico su posizioni “apocalittiche e integrate” è ben illustrata dalla accesa recensione di Jurgenson su The New Enquiry, che accusa la Turkle di essere una “disconnectionist”;
  • il percorso riflessivo sul digitale di Byung Chul Han, che si affianca a tanti altri “filosofi” contemporanei, i quali confondono il ruolo filosofico della metacritica con il ruolo mediatico della polemica.

Per concludere questo percorso, che diventerà una lezione dei miei prossimi corsi di Teoria dei Media Digitali e di meducazione, vediamo il viso e sentiamo la voce stessa di Sherry Turkle in una TED conference di qualche anno fa e qui sotto in un breve video:

Visual studies, una panoramica di Andrea Pinotti


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Andrea Pinotti è un raffinato studioso di estetica, capace di ottime sintesi molto utili per orientarsi nella nostra cultura sovrabbondante e dispersa. In occasione della recente uscita di un suo bel volume sulla cultura visuale (scritto con Antonio Somaini), segnalo l’articolo Estetica, visual studies, Bilwissenschaft, in “Rivista di Estetica” anno XLIII, IV serie, N° 4 (2015/2), scaricabile qui.

Si tratta di una panoramica dello stato dell’arte per quanto riguarda i visual studies. Sono indicati i temi centrali, i nomi più rilevanti (Mitchell, Debray, Belting, Freedberg..), alcune questioni dibattute. Ne esce il quadro d’insieme di un campo di studi (nato nell’area della ricerca accademica estetologica relativa alla storia e alla critica d’arte, ma con una impostazione e una strumentazione teoretica che si arricchisce di apporti provenienti dalle humanities in generale) estremamente interessante sia per i media studies sia per la media education.

Centrale il concetto di “pictorial turn” (Mitchell, 1992) o di “ikonische Wende” (Böhm, 1994), che segnala la necessità di studiare specificamente il triplice versante dell’immagine (nel senso di picture e non di image, di Darstellung più che Vorstellung), della visione (come pratica socio-culturale, come dimensione della cognizione, come carattere antropologico) e dei dispositivi ottici (coinvolgendo lo studio della tecnologia e dei media) al fine di cogliere appieno lo spirito del nostro tempo, un “mondo delle immagini del mondo”.

L’approccio dei visual studies (come segnalo anche in un mio articolo su Mediascapes) soffre forse del limite di concentrarsi troppo sugli aspetti formali dell’immagine – a livello di Media Education suggerirebbe così “solo” un approccio analitico ai testi iconici nei loro significati socio-estetici. Tuttavia molti concetti (Bildact – atto iconico; picture agency – efficacia dell’immagine come soggetto attivo; l’idea della “corporeità” delle immagini; il chiasma potere dell’immagine/immagine del potere; ecc.) sono fondamentali per attivare l’attenzione sulla dimensione estetica della vita digitale. L’umanità mediale è sempre – anche – un’umanità immaginante e immaginata: la meducazione è sempre anche un’educazione estetica.

 

Lo scandalo della Figura Intera

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Tutto comincia con l’iniziativa di due dirigenti scolastici (impegnati nelle operazioni di “chiamata diretta” degli aspiranti docenti) che chiedono di allegare alla mail di autocandidatura un video di presentazione non in “mezzobusto”, ma a “figura intera”. Lo apprendo inizialmente da questo articolo di OrizzonteScuola.it del 1 agosto, che riporta i bandi delle due scuole.  É scandalo.

Raccolgo solo alcuni dei tantissimi materiali apparsi sulla Rete, per inquadrare (è proprio il caso di dirlo) criticamente la situazione e cogliere alcune costanti discorsive:

  • una scuola snaturata dalle logiche televisive – in una lettera aperta su OrizzonteScuola.it,  Rosanna sostiene: “E’ l’epoca del culto dell’immagine, dei selfie, dell’apparire più che dell’essere, e i dirigenti … hanno ben pensato di ricorrere al video-provino, alla stessa stregua delle peggiori trasmissioni  televisive, per scegliere i loro docenti, dimenticando la cosa essenziale: cos’è una scuola, quella buona davvero… “;
  • l’immagine video a Figura Intera è sinonimo di pornografia – in un’altra lettera aperta, sempre su OrizzonteScuola.it, Mario tuona: “istituzioni scolastiche che non si limitano alla richiesta del curriculum vitae dei docenti … ma addirittura delle vere e proprie avances dove, soprattutto le docenti devono dimostrare non di possedere titoli e qualità professionali necessarie all’insegnamento…ma ben altro! Infatti si stanno diffondendo richieste da parte di dirigenti scolastici di invio di video a figura completa in cui si ritraggono le candidate dal capo ai piedi… come se i dirigenti scolastici dovessero valutare non le capacità professionali delle candidate bensì quelle sessuali. Siamo arrivati proprio alla frutta”;
  • il mito della tecnologia trasparente – in un articolo su L’Espresso, uno dei due dirigenti risponde: “Non guarderò alle forme umane, ma a quelle digitali”. Facendosi più serio, ha poi aggiunto: “Con i colloqui online avremo l’occasione di poter parlare con i docenti e valutare se sono competenti e motivati, cosa che prima accadeva in linea teorica… Ora con le nuove tecnologie è possibile vedere la motivazione di chi hai davanti”. Il dirigente ha spiegato anche la scelta del video di presentazione: “Siamo una scuola molto digitale <SIC>, per cui è stata una scelta naturale”;
  • il vero problema non sono i video ma la riforma della scuola – il post di Monica, che inquadra ironicamente la cosa nel più ampio disagio relativo alla mobilità degli insegnanti: “… mi preme ricordare che questo accade … all’indomani degli esiti catastrofici della mobilità della scuola, gestita, non solo a mio parere, in maniera poco trasparente e assolutamente discriminatoria”;
  • le istituzioni cavalcano e depistano acriticamente il dibattito – interviene anche il Parlamento e il Codacons, come segnala questo articolo sempre de L’Espresso: “Dopo l’iniziativa del video-provino per l’assunzione a scuola arriva la richiesta di chiarimenti al Ministero dell’istruzione…«È francamente sconcertante giudicare il curriculum di un insegnante in base ad un video in cui si venga “ripresi a figura intera”. Forse qualche dirigente scolastico ha scambiato la chiamata diretta con un provino del Grande Fratello», spiega al telefono il parlamentare Pd Di Lello… Sulla questione è intervenuta anche l’associazione dei consumatori Codacons che minaccia azioni legali: «La scuola italiana sotto il Governo Renzi sembra trasformarsi in un gigantesco reality show…»”;
  • infine, segnalo ancora un post su TiscaliNews, le poche parole del Ministro sulla questione e addirittura l’esistenza di un simpatico hashtag su questo tema dei docenti troppo “immaginati” (#bonascuola).

Come ho già discusso su Facebook, il mio punto di vista si sposta decisamente dalla prospettiva (certo più appropriata) dell’attualità e delle mere procedure di assunzione diretta dei docenti, per cogliere il senso di questa interessante polemica nell’ottica dell’umanità mediale e della meducazione. Sono tre gli ordini di riflessione possibili:

  1. è ancora poco diffusa la consapevolezza che la competenza mediale è indispensabile (ora e in futuro) per condurre una piena esistenza nel mondo digitale. É una delle life skill del XXI secolo. E se questa consapevolezza esiste (almeno a parole, nelle scuole “molto digitali”!!), è pressocché inesistente proprio la competenza mediale stessa ! Per questo, una “semplice” richiesta di scrittura audiovisiva – lo so che le cose non sono mai “semplici” – diventa l’occasione per tirare in campo gap culturali, pericoli morali, perversioni manageriali e così via, come mostrano gli esempi qui sopra. La “logica della rappresentazione” (che risponde a linguaggi e sintassi) viene confusa con la “logica dell’apparire” (con le sue indubbie criticità). C’é ancora un sacco di confusione su queste cose, a tutti i livelli. Per questo nasce il moral panic;
  2. mi preoccupa sempre il fatto che queste discussioni investano il mondo della scuola, ossia lo spazio sociale in cui il dibattito dovrebbe essere informato ma all’avanguardia, contestualizzato ma aperto alla novità, meditato ma dialogico. Invece, i grandi polveroni che si scatenano rivelano che ci siamo tutti dimenticati come la pedagogia sia la scienza che, conoscendo il passato, si occupa di persone presenti, ma le immagina e le pro-getta nel futuro. Questa sua pro-iezione dinamica la rende forse un po’ decentrata, ma inevitabilmente saggia e ottimista. Non è così (ancora, mi pare) per quanto riguarda la pedagogia dei media, soprattutto mentre si avanza nella cultura visuale;
  3. trovo molto interessante l’insistenza sulla differenza tra ripresa a “mezzobusto” (che sembra essere tollerata) e a “figura intera” (che invece fa grande scandalo). La chiave di lettura sta certo nelle parole di questa canzone, come mi suggerisce Pier Paolo Tarsi: “saran belli gli occhi blu…ma le gambe sono belle ancor di più!”. Ma per allargare la prospettiva, è in gioco la rappresentazione iconico-concettuale dell’insegnare. L’inquadratura a mezzobusto (tipica del telegiornale) richiama l’immagine della cattedra alla quale si sta seduti e dalla quale si parla, o quella del banco dal quale si ascolta immobili. È certamente uno dei modi di fare scuola, ma non l’unico: anzi, la ricerca didattica contemporanea sta recuperando tutta una serie di set d’apprendimento – non “nuovi”, ma appartenenti alla tradizione del learning by doing – che mettono in gioco tutto il corpo (come suggerisce Beate Weyland). Per la scuola attiva è richiesta la Figura Intera.

Metacritica di Pokémon GO

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75 milioni di download in pochi giorni. Tutti i media ne parlano (in alcuni casi oscurando notizie ben più importanti). Il panico dilaga, qualcuno propone di aprire un’indagine per “attentato alla sicurezza dei trasporti“. Pokémon Go fa paura, ed è una paura giustificata: la nostra capacità di comprensione è molto più lenta rispetto alla creatività della cultura digitale (fatta di dispositivi e persone, applicazioni e progetti, contenuti e pratiche). Il futuro è adesso, l’ora è già passato. Due semplici riflessioni sul fenomeno.

  1. Sono già diversi anni che circola la raffigurazione inorridita della massa inebetita china sullo schermo dello smartphone. Quindi, che cosa c’è di veramente nuovo, che affascina e spaventa? Penso che la novità stia nel fatto che Pokémon Go “attraversa” lo schermo, lo “perfora”, mettendo in relazione l’ambiente circostante con la sua rappresentazione digitale. Si chiama realtà aumentata, esiste già da tempo, ma Pokémon Go ne rivela tutta la portata ontologica: è la rivelazione effettiva (percepibile e non solo pensabile, pratica e non solo teorica) di che cosa significhi la dissoluzione del confine tra online e offline. Luciano Floridi ne parla in termini di onlife. Chini sì sullo schermo, ma per un’attività che non si “limita” allo schermo, alla scena pragmatica (gioco “solo” con un’app, comunico con un interlocutore assente), ma “apre” all’inter(media)azione con il contesto fisico, la scena reale.no-need-to-fear-a-zombie-apocalypse(fonte foto)
  2. Torno sulle numerosissime raffigurazioni (anche ironiche o apocalittiche) delle persone chine sullo schermo. È il segno di una – condivisibile – diffusa preoccupazione. Siamo sostanzialmente impreparati, sia a dare un significato plausibile a questi fenomeni (non li capiamo), sia a darne una direzione emancipativa (non li guidiamo). La nostra “soluzione” è racchiusa in due concetti: (1) i media sono proiezioni dell’umanità e (2) la condizione dell’umanità contemporanea (mediale) va meducata. Nel caso di Pokémon Go, possiamo interpretarne il successo come proiezione di una serie di bisogni: bisogno di sperimentare la nuova vita onlife giocando (come ci suggerisce France Frames); bisogno di reinventare i propri ricordi mediatici (dando consistenza alla connessione tra fantasia e quotidianità); bisogno di condivisione sociale del proprio immaginario mediale; il bisogno di mobilitare le pratiche mediali dalla dimensione privata a quella pubblica, in modo da sollecitare il confronto. Umano, molto umano. Dall’altra parte, per limitare i pregiudizi e le derive sui fenomeni neomediali, la via preferibile è quella della conduzione ragionata, dell’accompagnamento responsabile: la meducazione è appunto il progetto di estendere l’educazione mediale dalla dimensione delle aule (o dei convegni) alla quotidianità. La meducazione è una disciplina dell’anima, propria dell’umanità mediale, una disposizione ad affrontare con consapevolezza e serietà la quotidianità intessuta di pratiche digitali (comunicare, produrre, rappresentare, giocare, studiare, informarsi, ecc.). Ne hanno bisogno i giovani, ma soprattutto gli adulti. La si impara certamente nelle (ancora poche) scuole in cui si fa sistematicamente Media Education, ma anche dai propri amici, discutendo su FB, affrontando seriamente il tema in famiglia, frequentando i social network con intelligenza, leggendo buoni libri sull’argomento. Insomma, la meducazione non è il contenuto di una lezione, ma il compito dell’intera società mediale. Non è un contenuto, ma un habitus. L’esito di un percorso inevitabile, ma anche il percorso stesso. È l’avventura dell’umanità mediale.